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Come si entra in un club: cosa mettere davvero nel portfolio

Un curriculum nel calcio non serve quasi a niente. Serve un portfolio che mostri come ragioni, non solo cosa hai fatto. Come si costruisce anche partendo da zero.

Lorenzo e Luca· 5 min di lettura· 20 agosto 2026
In sintesi
  • Il portfolio racconta decisioni, non mostra immagini.
  • Una stagione intera con una squadra piccola vale più di tre lavori brillanti isolati.
  • Numeri anche piccoli, purché veri e verificabili.
  • Sei lavori raccontati bene bastano. Nessuno legge oltre.
  • Serve a farsi raccomandare, non solo a candidarsi.

Nel calcio, il curriculum serve a poco.

Non perché non contino gli studi, ma perché un club non ha modo di capire dal tuo percorso se sai reggere una domenica di campionato. Vuole vedere cose fatte.

E qui c'è il punto che rovina la maggior parte delle candidature: la gente manda i lavori, non il ragionamento dietro.

Cosa guarda davvero chi assume

Chi seleziona in un club, spesso il responsabile della comunicazione, ha pochi minuti e nessuna voglia di indovinare. Guarda tre cose:

Se hai retto un periodo lungo. Tre post bellissimi valgono meno di una stagione intera di lavoro costante. Il mestiere è fatto di ritmo, e il ritmo è quello che rompe le persone.

Se capisci il contesto. Un grafico bravo che non sa cosa si può pubblicare dopo una sconfitta o come ci si comporta a bordo campo è un rischio, non una risorsa.

Se sai fare più di una cosa. I reparti sono piccoli anche nei club grandi. In un'intervista al Sole 24 Ore (2018), Paul Rogers, allora responsabile digitale dell'AS Roma, descriveva così il suo: "Non abbiamo persone il cui unico lavoro è produrre contenuti social. Abbiamo un team digitale, quattro giornalisti multimediali a Roma e due a Boston." Sei persone in tutto per 14,1 milioni di follower.

In una squadra così, chi sa fare una cosa sola è difficile da incastrare.

Come si costruisce un portfolio che funziona

Non è una raccolta di immagini. È un documento che racconta decisioni.

Per ogni lavoro che mostri, tre righe:

  1. La situazione: che club, che categoria, che problema c'era
  2. Cosa hai deciso e perché: la parte che nessuno scrive e che è l'unica che interessa
  3. Com'è andata: numeri se ce ne sono, anche piccoli, o un'osservazione onesta

Un esempio della differenza. "Grafica match day per la squadra X" non dice niente. "Il club pubblicava la formazione venti minuti prima e nessuno la vedeva. Abbiamo spostato la pubblicazione a un'ora esatta dal fischio d'inizio e costruito un modello pronto in anticipo: da lì è diventato il post più visto della settimana" dice tutto quello che serve sapere su come lavori.

Se non hai ancora lavorato per nessuno

È la situazione della maggior parte di chi legge, e non è un vicolo cieco.

Prendi una squadra vera. Anche di Terza Categoria, anche gratis. Un dirigente a cui offri di curare i social senza chiedere niente dice di sì quasi sempre. Da quel momento hai un club vero, con problemi veri, e ogni domenica un banco di prova.

Fai una stagione intera. Non due mesi. La cosa che dimostra qualcosa è aver retto da settembre a maggio.

Documenta mentre lo fai. Fotografa i prima e dopo, annota i numeri di partenza, tieni traccia delle decisioni. A fine anno hai un portfolio senza aver fatto lavoro in più.

Non aspettare l'occasione buona. Chi passa un anno a candidarsi senza aver mai gestito niente arriva ai colloqui con le mani vuote. Chi in quello stesso anno ha seguito una squadra di provincia arriva con una stagione documentata.

Gli errori che si vedono più spesso

Mostrare solo le cose belle. Un portfolio tutto grafiche fighe e zero contesto sembra un profilo di un grafico, non la candidatura di chi sa gestire la comunicazione di un club.

Mettere lavori mai pubblicati. Un esercizio non ha lo stesso peso di una cosa uscita davvero, con dei tifosi che l'hanno vista e commentata.

Non dire i numeri. Anche piccoli. "Da 400 a 1.100 follower in una stagione con una squadra di Prima Categoria" è più convincente di qualsiasi aggettivo, perché è verificabile.

Fare un file da venti pagine. Chi guarda ha cinque minuti. Sei lavori raccontati bene battono venti elencati.

Il canale che conta più delle candidature

Nel calcio si entra quasi sempre per passaparola.

Un fotografo che ti segnala, un dirigente che ha visto il tuo lavoro per un'altra squadra, un collega che passa il tuo nome. Succede molto più spesso che tramite un modulo online.

Il che significa che il portfolio non serve solo a candidarsi: serve a essere raccomandabile. Quando qualcuno fa il tuo nome, la prima cosa che gli chiedono è "cosa ha fatto?". Bisogna che la risposta esista e sia facile da mandare.

Nel calcio non si viene assunti per quello che si è studiato, ma per quello che si può vedere. E per come lo si spiega.


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Cosa portarti a casa

  1. Il portfolio racconta decisioni, non mostra immagini.
  2. Una stagione intera con una squadra piccola vale più di tre lavori brillanti isolati.
  3. Numeri anche piccoli, purché veri e verificabili.
  4. Sei lavori raccontati bene bastano. Nessuno legge oltre.
  5. Serve a farsi raccomandare, non solo a candidarsi.

Se questo mestiere vi interessa davvero

Quello che avete letto qui viene da come lavoriamo ogni settimana, per club di Serie A e per Paulo Dybala.

Se volete il quadro completo, l'abbiamo messo in il videocorso Digital Football Masterclass: ventun puntate in cui smontiamo il mestiere per intero, dalla costruzione del coordinato grafico a giugno fino alla gestione dei momenti difficili, passando per la scaletta del giorno della partita, il metodo di lavoro settimanale e la crescita dei canali. Dentro ci sono anche le voci di chi questo lavoro lo fa dentro i club: Giacomo Cosua (SSC Napoli), Mario De Lillo (AS Roma), Marco Sirchia (Palermo FC) e Nicolò Pagliettini (Virtus Entella), perché non esiste un solo modo di farlo e sentirne quattro diversi vale più di sentirne uno solo.

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