Come si diventa social media manager di una squadra di calcio
Non esiste un concorso e non basta la laurea. La strada vera passa da una squadra piccola, da un portfolio costruito sul campo e da competenze che nessun corso generalista insegna.
- È un lavoro sul campo, non da scrivania. Se questa parte non ti attira, meglio saperlo subito.
- Serve saper fare più cose a livello decente, non una cosa benissimo: i reparti sono piccoli anche nei club grandi.
- Comincia da una squadra piccola e fai una stagione intera. È l'unica scorciatoia che esiste, e non è breve.
- Costruisci un portfolio, non un curriculum.
La domanda arriva sempre nella stessa forma: "che studi devo fare per lavorare nei social di una squadra?"
E la risposta onesta spiazza: gli studi contano, ma non sono quello che ti fa entrare. Quello che ti fa entrare è avere già fatto il lavoro, anche in piccolo, anche gratis, anche per una squadra che gioca davanti a duecento persone.
Nel calcio nessuno assume su un titolo. Si assume su quello che sai fare e su quello che si può vedere.
Il primo malinteso: non è un lavoro da social
Chi immagina questo mestiere pensa a un ufficio, un computer, contenuti da programmare. La realtà è un'altra: è un lavoro sul campo.
Sei allo stadio tre ore prima. Stai a bordo campo sotto la pioggia. Entri negli spogliatoi quando puoi entrarci e resti fuori quando non puoi. Segui la squadra in trasferta. Monti un video sul pullman alle undici di sera perché domani mattina deve uscire.
Chi arriva pensando di gestire un profilo da casa dura poco. Chi arriva sapendo che è un lavoro fisico e di presenza parte con il piede giusto.
Cosa serve saper fare davvero
Qui c'è il dato che cambia la prospettiva a chi immagina reparti enormi.
In un'intervista al Sole 24 Ore (2018), Paul Rogers, allora responsabile digitale dell'AS Roma, descriveva così il suo reparto: "A differenza di molti club, non abbiamo uno staff dedicato ai social media a tempo pieno. Non abbiamo persone il cui unico lavoro è produrre contenuti social. Abbiamo un team digitale, quattro giornalisti multimediali a Roma e due a Boston."
Sei persone per l'intera presenza digitale di un club che allora contava 14,1 milioni di follower, e senza agenzie creative, a differenza di altri club italiani.
La conseguenza pratica è netta: in reparti così piccoli nessuno fa una cosa sola. Quindi non serve essere il migliore a scrivere didascalie. Serve saper fare più cose a un livello decente:
- Fotografare in condizioni difficili, di sera, con luce artificiale e soggetti che si muovono
- Montare video brevi in fretta e senza attrezzatura complessa
- Fare grafica, almeno al livello di adattare modelli esistenti in modo pulito
- Scrivere in modo asciutto e riconoscibile
- Capire come funziona un club dentro: chi decide, chi approva, cosa non si può dire
L'ultima è quella che nessun corso insegna ed è quella che i club cercano di più.
Da dove si comincia davvero
Il percorso tipico non è "mi laureo e mi assume la Serie A". È molto più terra terra:
Primo passo: una squadra piccola. Eccellenza, Promozione, la squadra del tuo paese. Spesso non pagano o pagano poco, e va bene così: quello che stai comprando è materiale.
Secondo passo: fai una stagione intera. Non tre post fatti bene, una stagione. È l'unica cosa che dimostra che sai reggere il ritmo, e il ritmo è quello che rompe la maggior parte delle persone.
Terzo passo: costruisci un portfolio vero. Non un curriculum: un documento con cose che hai fatto, prima e dopo, numeri se ce ne sono, e una spiegazione delle scelte. Chi assume vuole capire come ragioni, non quali esami hai dato.
Quarto passo: fatti vedere. Nel calcio il passaparola conta più degli annunci. Un fotografo che ti segnala, un dirigente che ti conosce, un collega che passa il tuo nome: succede così, molto più spesso che tramite una candidatura online.
Cosa non serve quanto pensi
Non serve essere tifoso di quella squadra. Anzi, a volte è un problema: il tifo rende difficile mantenere il tono istituzionale dopo una sconfitta.
Non serve avere un profilo personale con tanti follower. Sono due mestieri diversi. Far crescere il proprio profilo e far crescere quello di un club sono attività con logiche opposte.
Non serve l'attrezzatura costosa all'inizio. Serve saper usare quello che hai. I club guardano il risultato, non la scheda tecnica.
L'errore che allunga la strada
L'errore più comune è aspettare l'occasione giusta invece di crearsi materiale.
Chi passa un anno a candidarsi ai club di Serie C senza aver mai gestito nulla arriva ai colloqui con niente da mostrare. Chi in quello stesso anno ha seguito una squadra di Prima Categoria arriva con una stagione documentata, e la differenza in un colloquio è abissale.
Da leggere anche
- Come si entra in un club: cosa mettere davvero nel portfolio
- Quanto guadagna chi gestisce i social di un club di calcio
- Le competenze che i club cercano e nessuno insegna
Cosa portarti a casa
- È un lavoro sul campo, non da scrivania. Se questa parte non ti attira, meglio saperlo subito.
- Serve saper fare più cose a livello decente, non una cosa benissimo: i reparti sono piccoli anche nei club grandi.
- Comincia da una squadra piccola e fai una stagione intera. È l'unica scorciatoia che esiste, e non è breve.
- Costruisci un portfolio, non un curriculum.
Se questo mestiere vi interessa davvero
Quello che avete letto qui viene da come lavoriamo ogni settimana, per club di Serie A e per Paulo Dybala.
Se volete il quadro completo, l'abbiamo messo in il videocorso Digital Football Masterclass: ventun puntate in cui smontiamo il mestiere per intero, dalla costruzione del coordinato grafico a giugno fino alla gestione dei momenti difficili, passando per la scaletta del giorno della partita, il metodo di lavoro settimanale e la crescita dei canali. Dentro ci sono anche le voci di chi questo lavoro lo fa dentro i club: Giacomo Cosua (SSC Napoli), Mario De Lillo (AS Roma), Marco Sirchia (Palermo FC) e Nicolò Pagliettini (Virtus Entella), perché non esiste un solo modo di farlo e sentirne quattro diversi vale più di sentirne uno solo.
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