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Le dieci cose che contano davvero, se doveste ricordarne solo dieci

Dopo cento articoli, quello che resta. Dieci principi che valgono in ogni categoria, con qualsiasi budget e in qualsiasi momento della stagione.

Lorenzo e Luca· 5 min di lettura· 18 agosto 2026
In sintesi
  • Quello che decidete a giugno determina quello che riuscite a fare a marzo. Tutto il resto discende da qui.
  • La domenica si esegue, non si inventa: formazione a un'ora esatta, grafiche dei gol già pronte.
  • L'accesso è il vostro unico vantaggio difendibile, e ve lo danno le persone, non il contratto.
  • La costanza batte la quantità, e il numero giusto è quello che reggete nella settimana peggiore.
  • Non è il budget, è il metodo: sei persone gestivano l'intera presenza digitale di un club con quattordici milioni di follower.

Questo blog è nato per raccontare come si lavora davvero dentro un club. Dopo cento articoli, vale la pena mettere in fila quello che resta.

Dieci principi. Nessuno richiede budget, tutti richiedono decisioni.

1. Quello che decidi a giugno determina quello che riesci a fare a marzo

È il principio sotto tutti gli altri. Il coordinato grafico, la settimana tipo, i ritratti, le regole per i momenti difficili: si costruiscono quando non c'è urgenza, ed è l'unico momento in cui si può.

Chi arriva a settembre senza modelli passa l'anno a rincorrere.

2. La domenica non si inventa, si esegue

Il giorno della partita non è il momento di avere idee. Tre ore prima al campo, scaletta fissa, formazione esattamente un'ora prima del fischio d'inizio, grafiche dei gol già pronte con almeno tre varianti per giocatore.

Più sei preparato, più ti godi la partita invece di rincorrerla.

3. Il tuo unico vantaggio è l'accesso

Il risultato lo danno tutti. Lo spogliatoio prima del riscaldamento lo dai solo tu.

E l'accesso non te lo dà il contratto: te lo danno le persone, quando si fidano. Si guadagna essendo impercettibili, e si perde pubblicando tutto quello che si ha.

4. La costanza batte la quantità

Un profilo che pubblica tre volte a settimana tutte le settimane costruisce un'abitudine. Uno che pubblica dieci volte e sparisce per un mese non costruisce niente.

Il numero giusto è quello che reggi nella settimana peggiore, non nella migliore.

5. I follower non dicono niente

Guarda condivisioni, salvataggi, e quante persone che non ti seguono hanno visto il contenuto.

Lo diceva Paul Rogers dell'AS Roma in un'intervista raccolta da Social Recap (2018): "i follower senza l'engagement sono soltanto una vanity metric." E nella stagione della semifinale di Champions, la Roma aveva l'engagement più alto fra le quattro semifinaliste, nonostante avesse meno follower di tutti.

6. Non sparire quando le cose vanno male

Il silenzio non è neutro: viene letto come disinteresse o imbarazzo.

Cambia il tono, non la presenza. Come racconta la Sampdoria in un'intervista a StartupItalia: "I nostri piani editoriali vengono portati avanti anche dopo sconfitte o in momenti negativi."

L'unica eccezione sono i lutti e le tragedie: lì il silenzio è la sola risposta.

7. Non è il budget, è il metodo

Sei persone gestivano l'intera presenza digitale dell'AS Roma con 14,1 milioni di follower, senza agenzie creative (Sole 24 Ore, 2018).

Se lì si può lavorare così, il problema di una squadra di categoria non sono i mezzi.

8. Copri il logo: si capisce che sei tu?

L'identità non è il logo, che c'è da cent'anni. È tutto il resto: due caratteri tipografici, un trattamento delle foto, posizioni fisse, un tono deciso.

Se togliendo il marchio i vostri contenuti potrebbero essere di chiunque, non avete ancora un'identità.

9. Guarda tutto sul telefono

Metà degli errori di grafica, di leggibilità e di impaginazione si intercettano guardando il contenuto su uno schermo piccolo, per due secondi, prima di pubblicare.

È il controllo con il rapporto costi-benefici più alto dell'intero mestiere.

10. Archivia mentre lavori

Cinque minuti dopo ogni partita per trentaquattro giornate fanno tre ore in una stagione, e producono l'unica cosa che vi resterà: un archivio da cui nascono gli anniversari, i saluti, i video di fine anno, i contenuti delle settimane difficili.

Chi rimanda si ritrova a maggio con quindicimila file che non guarderà mai.

Il filo che li tiene insieme

Rileggendoli, il denominatore comune non è tecnico: si sbaglia quasi sempre per mancanza di decisioni prese prima, non per mancanza di mezzi o di talento.

Il piano, il tono, le regole, i modelli, l'archivio. Sono tutte cose che si stabiliscono una volta, a mente lucida, e che poi reggono per una stagione intera.

Ed è anche una buona notizia: significa che la distanza fra un club che sembra una società e uno che sembra un gruppo di appassionati non si compra. Si decide.

Non serve fare di più. Serve aver già deciso, così quando arriva la domenica non devi pensare: devi solo eseguire.


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Cosa portarti a casa

  1. Quello che decidete a giugno determina quello che riuscite a fare a marzo. Tutto il resto discende da qui.
  2. La domenica si esegue, non si inventa: formazione a un'ora esatta, grafiche dei gol già pronte.
  3. L'accesso è il vostro unico vantaggio difendibile, e ve lo danno le persone, non il contratto.
  4. La costanza batte la quantità, e il numero giusto è quello che reggete nella settimana peggiore.
  5. Non è il budget, è il metodo: sei persone gestivano l'intera presenza digitale di un club con quattordici milioni di follower.

Se volete il metodo per intero

Questo articolo copre un pezzo. Quello che tiene insieme tutto il resto è il videocorso Digital Football Masterclass: ventun puntate in cui smontiamo il mestiere per intero, dalla costruzione del coordinato grafico a giugno fino alla gestione dei momenti difficili, passando per la scaletta del giorno della partita, il metodo di lavoro settimanale e la crescita dei canali. Dentro ci sono anche le voci di chi questo lavoro lo fa dentro i club: Giacomo Cosua (SSC Napoli), Mario De Lillo (AS Roma), Marco Sirchia (Palermo FC) e Nicolò Pagliettini (Virtus Entella), perché non esiste un solo modo di farlo e sentirne quattro diversi vale più di sentirne uno solo.

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