Dilettanti, Serie C, Serie A: cosa cambia davvero nel lavoro
Non è una questione di budget ma di struttura. Cosa fai tu e cosa fanno gli altri cambia radicalmente per categoria, e sapere dove stai aiuta a capire cosa migliorare.
- Nei dilettanti impari tutto e decidi tutto: è un vantaggio, non una condanna.
- In Serie C impari a lavorare dentro una struttura, con vincoli e approvazioni.
- Nel professionismo i reparti restano piccoli, ma la responsabilità cresce.
- Per salire serve una stagione documentata, versatilità e capire come funziona una società.
Chi guarda dall'esterno pensa che la differenza fra lavorare per una squadra di Eccellenza e per una di Serie A sia il budget.
Il budget conta, ma la differenza vera è un'altra: cambia quante cose fai tu. E questo cambia tutto il mestiere.
Nei dilettanti fai tutto
Sei tu. Fotografi, monti, fai le grafiche, scrivi, pubblichi, rispondi ai messaggi, e spesso sei anche dirigente o accompagnatore.
Il compenso è simbolico o assente, l'attrezzatura è la tua, e nessuno ti dice cosa fare perché nessuno sa cosa dovresti fare.
Il vantaggio, che quasi nessuno riconosce mentre ci sta dentro, è enorme: impari tutto e decidi tutto. Nessuno approva i tuoi contenuti, quindi puoi sperimentare. Nessuno ti dà una linea, quindi la costruisci tu. In due stagioni sviluppi una competenza trasversale che chi entra direttamente in un club strutturato non avrà mai.
Lo svantaggio è la solitudine e il rischio di esaurirsi. Chi non si organizza a giugno crolla a marzo, sempre.
In Serie C cominci a non essere solo
Qui la situazione si divide in due.
Alcune società hanno una figura strutturata, magari una persona a tempo pieno più un collaboratore per foto o video. Altre si appoggiano interamente a un esterno o a una piccola agenzia.
Cosa cambia rispetto ai dilettanti:
Ci sono aspettative. Qualcuno guarda i profili e ha un'opinione. Arriva la prima volta in cui un dirigente ti dice che un contenuto non gli è piaciuto.
Ci sono i giornalisti. Le richieste esterne cominciano ad arrivare, e vanno gestite con l'ufficio stampa invece che di testa propria.
C'è il calendario nazionale. Trasferte lunghe, orari che cambiano, turni infrasettimanali. La logistica diventa parte del lavoro.
Cominciano i vincoli. Sponsor da rispettare, contratti sui diritti d'immagine, regole di lega su cosa si può pubblicare e quando.
È la categoria in cui più spesso si trova un primo incarico serio, ed è anche quella in cui si impara a lavorare dentro una struttura invece che al posto suo.
Nel professionismo diventi uno di un reparto
Dalla Serie B in su esistono uffici comunicazione veri, con ruoli separati.
E qui c'è il dato che di solito sorprende. In un'intervista al Sole 24 Ore (2018), Paul Rogers, allora responsabile digitale dell'AS Roma, descriveva il proprio reparto così: "Non abbiamo persone il cui unico lavoro è produrre contenuti social. Abbiamo un team digitale, quattro giornalisti multimediali a Roma e due a Boston." Sei persone per un club che allora contava 14,1 milioni di follower, e senza agenzie creative.
Quindi anche ai livelli alti i reparti restano piccoli. Ma cambia il modo di lavorare:
Non decidi da solo. Ci sono approvazioni, tempi, persone da avvisare. Un contenuto può richiedere tre firme.
La responsabilità è più alta. Un errore su un profilo con milioni di follower diventa una notizia.
Ti specializzi. Anche se fai più cose, ne fai una meglio delle altre, ed è quella per cui ti hanno preso.
I contratti sono veri. Retribuzioni allineate ai ruoli di marketing d'azienda, non al mestiere "sportivo".
Cosa serve per salire di categoria
Tre cose, in ordine di importanza:
Una stagione intera documentata. Non tre contenuti belli: la prova di aver retto il ritmo da settembre a maggio.
Saper fare più cose. In reparti da sei persone, chi ne sa fare una sola è difficile da incastrare.
Capire come funziona una società. Chi approva cosa, come si parla con l'ufficio stampa, cosa non si commenta mai. È la competenza che distingue chi sa fare contenuti da chi sa lavorare in un club, e non si impara da un tutorial.
Cosa significa oggi "il pubblico è cambiato"
Un dato che riguarda tutte le categorie, non solo quelle alte.
Secondo il 59° Rapporto Censis (2025), l'89,3% degli italiani utilizza uno smartphone e il 90,1% naviga su internet con regolarità. Sono numeri che coprono praticamente tutta la popolazione adulta.
Per una società di categoria significa una cosa concreta: il tifoso che non viene allo stadio non è irraggiungibile. Fino a pochi anni fa seguire una squadra di terza serie da fuori città era quasi impossibile: copertura televisiva minima, notizie che arrivavano tardi. Adesso quel filo diretto esiste, e passa dai vostri canali.
È anche il motivo per cui il divario fra categorie si è ridotto proprio sulla comunicazione: un club di Serie C raccontato bene è più visibile di uno di Serie B che non si racconta. È l'unico campo in cui potete competere sopra la vostra categoria.
Il vantaggio di chi comincia dal basso
Vale la pena dirlo perché chi è in Prima Categoria spesso si sente in ritardo.
Chi arriva in Serie C avendo gestito da solo una squadra di provincia per due anni ha già visto tutto: la domenica in cui la macchina fotografica si scarica, la sconfitta pesante, il dirigente arrabbiato, il contenuto sbagliato. Chi arriva senza quell'esperienza dovrà farla lì, con più occhi addosso.
Il basso non è una sala d'attesa: è la palestra.
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- Per salire serve una stagione documentata, versatilità e capire come funziona una società.
Se questo mestiere vi interessa davvero
Quello che avete letto qui viene da come lavoriamo ogni settimana, per club di Serie A e per Paulo Dybala.
Se volete il quadro completo, l'abbiamo messo in il videocorso Digital Football Masterclass: ventun puntate in cui smontiamo il mestiere per intero, dalla costruzione del coordinato grafico a giugno fino alla gestione dei momenti difficili, passando per la scaletta del giorno della partita, il metodo di lavoro settimanale e la crescita dei canali. Dentro ci sono anche le voci di chi questo lavoro lo fa dentro i club: Giacomo Cosua (SSC Napoli), Mario De Lillo (AS Roma), Marco Sirchia (Palermo FC) e Nicolò Pagliettini (Virtus Entella), perché non esiste un solo modo di farlo e sentirne quattro diversi vale più di sentirne uno solo.
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